L'arnia colorata sul tetto dell'ufficio fa un figurone nel report CSR. È fotogenica, fa molto nature-positive, regala quel contenuto social perfetto per il branding aziendale.
Ma c'è un problema, ed è sistemico.
Si chiama bee-washing: la tendenza a usare le api domestiche come strumento di comunicazione ambientale, ignorando le regole base degli ecosistemi. E sta diventando uno dei fenomeni di greenwashing più diffusi e meno riconosciuti nel mondo della sostenibilità d'impresa.
Il termine ha una data di nascita precisa
Il concetto di bee-washing compare per la prima volta nel 2015, in un articolo scientifico di Scott MacIvor e Laurence Packer della York University di Toronto. I due ricercatori analizzano uno degli strumenti più diffusi nelle campagne "salviamo le api": i bee hotel, strutture in legno presentate come rifugi per gli impollinatori. La loro conclusione è scomoda: senza studi mirati sulla progettazione e sull'efficacia reale, questi strumenti rischiano di essere più utili alla comunicazione aziendale che agli ecosistemi.
Da allora, il fenomeno si è esteso ben oltre i bee hotel: adozione di alveari, installazione di sensori di monitoraggio, campagne di branding legate alle api mellifere. Tutte iniziative che hanno in comune una caratteristica: proteggono l'immagine aziendale molto più efficacemente della biodiversità.
Il problema non sono le api, ma quali api
Per capire perché il bee-washing sia una pratica fuorviante, bisogna partire da una distinzione che molte campagne aziendali ignorano deliberatamente: l'ape mellifera (Apis mellifera) è, a tutti gli effetti, un animale domestico.
Viene allevata, gestita, curata dagli apicoltori. Il numero di colonie gestite in Europa è aumentato dell'85% dagli anni Sessanta. L'ape mellifera non è a rischio estinzione è a rischio confusione con qualcosa che non è.
Le specie realmente minacciate sono le oltre 20.000 specie di api selvatiche solitarie, non gestite, che nidificano nel suolo, nel legno, negli steli delle piante. In Europa, circa il 9,2% di queste specie è a rischio estinzione. Nel Regno Unito, alcune popolazioni sono diminuite del 52%. Sono loro i veri bioindicatori della salute di un ecosistema, proprio perché nessuno le accudisce, il loro declino riflette direttamente lo stato dell'ambiente che le circonda.
Il paradosso è che introdurre massicciamente alveari gestiti in contesti urbani o agricoli saturi può peggiorare la situazione: le api domestiche competono con le selvatiche per le risorse floreali e possono trasmettergli patogeni contro cui le specie autoctone non hanno difese. Più alveari, in certi contesti, significa meno biodiversità e non di più.
Perché gli ecosistemi non si proteggono specie per specie
C'è un errore concettuale alla base del bee-washing che vale la pena nominare con precisione: l'idea che tutelare la biodiversità significhi proteggere una singola specie.
Gli ecosistemi funzionano come reti: reti trofiche, relazioni tra suolo, piante, insetti, vertebrati, microrganismi. Intervenire su un solo nodo senza considerare la rete non produce resilienza, produce comunicazione. La parola chiave non è biodiversità, ma biocomplessità: ecosistemi in cui le reti trofiche e tutte le componenti che sostengono la vitalità dell'ambiente siano solide, stabili, in equilibrio tra loro.
È un obiettivo che non si raggiunge con un'arnia sul tetto
La risposta che non viene dai report ma dal campo
Qui entra in gioco una prospettiva che raramente compare nel dibattito sul bee-washing, ma che per noi di Koalisation è invece il punto di partenza.
Le api selvatiche africane, tra le più efficienti impollinatrici al mondo, non hanno bisogno di alveari gestiti. Hanno bisogno di foreste, che sopravvivono solo quando le comunità che ci vivono intorno hanno un motivo economico concreto per non abbatterle.
In Zambia, dove operiamo, la deforestazione non è un problema di consapevolezza ambientale ma di sopravvivenza economica: quando bruciare carbone è l'unica fonte di reddito disponibile, la foresta scompare. Non per cattiveria, per necessità.
Il nostro modello parte da qui: rendere la foresta economicamente più conveniente del carbone. Le comunità locali diventano apicoltori, non come atto di charity, ma come attività economica autonoma che entra nel mercato globale.
Il miele selvatico di foresta diventa un asset. La foresta smette di essere un costo e diventa una risorsa e le api selvatiche, di conseguenza, hanno un habitat che qualcuno ha interesse diretto a proteggere.
Questo è l'opposto del bee-washing: non un'arnia decorativa, ma un sistema in cui la conservazione della biodiversità è la conseguenza naturale di un modello economico che funziona.
Cosa dovrebbe fare davvero un'azienda?
Il bee-washing prospera perché proteggere davvero la biodiversità è più complesso e meno fotogenico di installare un'arnia sul tetto. Richiede progetti che agiscano sulle cause reali del declino degli impollinatori: perdita di habitat, uso di pesticidi, frammentazione degli ecosistemi.
Per un'azienda che vuole andare oltre la comunicazione, le domande giuste non sono "quante arnie abbiamo adottato?" ma "stiamo finanziando la rigenerazione di habitat reali? Stiamo misurando l'impatto sulle specie selvatiche? Stiamo supportando comunità che hanno un interesse economico diretto nella conservazione della foresta?"
Le api non hanno bisogno di uffici, ma di foreste; a loro volta, queste necessitano di un mercato che le renda economicamente più vantaggiose di ogni altra alternativa.
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