Quando un'azienda tecnologica pubblica il suo bilancio di sostenibilità, la maggior parte dei numeri che leggi racconta solo una piccola parte della storia. I data center sono più efficienti, l'energia rinnovabile è aumentata, le emissioni operative sono scese del 15%. Tutto vero. Ma tutto parziale.
Perché c'è una componente, spesso la più grande, che resta quasi sempre sottotraccia: le emissioni Scope 3, quelle che provengono dalla catena del valore. E nel settore ICT, queste emissioni possono rappresentare tra il 60% e il 90% dell'impronta totale.
Per un ESG manager che deve preparare la prima rendicontazione CSRD entro giugno 2026, questo non è un dettaglio tecnico. È il cuore del problema climatico aziendale. E soprattutto, è una sfida metodologica che molte aziende stanno ancora sottovalutando.
Perché lo Scope 3 è tanto difficile da misurare nel settore ICT
Se misurare le emissioni dirette (Scope 1) o quelle dell'energia acquistata (Scope 2) è relativamente lineare, consumi, fatture, certificati, lo Scope 3 è un'altra storia.
Nel settore ICT, la complessità deriva da tre fattori strutturali:
1. La frammentazione geografica della supply chain
Un singolo smartphone contiene componenti prodotti in decine di paesi diversi. I semiconduttori arrivano da Taiwan o dalla Corea del Sud, l'assemblaggio avviene in Cina o in Vietnam, l'estrazione di litio e cobalto si concentra in America Latina e in Africa. Ogni anello di questa catena ha un'intensità carbonica diversa, legata al mix elettrico locale.
Come si fa a ricostruire con precisione l'impronta di un prodotto che attraversa 15 paesi prima di arrivare sul mercato? La risposta onesta è: con grande difficoltà. La maggior parte delle aziende usa fattori di emissione medi, che però mascherano enormi variabilità.
2. La scarsa trasparenza dei fornitori di secondo e terzo livello
I grandi fornitori Tier 1, quelli con cui le aziende ICT hanno contratti diretti, spesso dispongono di dati ambientali strutturati. Ma man mano che si scende nella catena di fornitura, la situazione cambia rapidamente.
I fornitori Tier 2 e Tier 3, quelli che estraggono le materie prime, che producono i componenti intermedi, che gestiscono la logistica regionale, raramente hanno sistemi di misurazione robusti. Molti operano in giurisdizioni senza obblighi di disclosure. Altri considerano i dati ambientali informazioni commerciali sensibili e non li condividono.
Risultato: le aziende ICT finali sono costrette a fare stime basate su proxy e medie di settore, con margini di incertezza altissimi.
3. La complessità dei workload AI e data-intensive
C'è poi una sfida specifica dell'era dell'intelligenza artificiale: come si misura l'impronta carbonica dell'addestramento di un modello linguistico di grandi dimensioni? Come si attribuiscono le emissioni tra training e inferenza? Come si confrontano sistemi diversi se non esistono ancora standard condivisi?
La risposta è che oggi non esiste una metodologia consolidata. Le stime variano di ordini di grandezza a seconda delle assunzioni fatte su hardware, utilizzo, efficienza dei data center, mix energetico. E questa incertezza si trasferisce direttamente nei bilanci di sostenibilità.
Il 2026 cambia le regole: dalla rendicontazione volontaria all'obbligo normativo
Fino a oggi, molte aziende hanno potuto gestire lo Scope 3 con un approccio "best effort": si misurava quello che si poteva misurare, si stimava il resto, si pubblicava con le dovute cautele metodologiche.
Dal 30 giugno 2026, questo non sarà più possibile. La Corporate Sustainability Reporting Directive (CSRD) estende il proprio perimetro a tutte le grandi imprese nell'UE con più di 250 dipendenti. E richiede la rendicontazione delle emissioni Scope 1, 2 e 3 secondo gli standard ESRS, con verifica esterna indipendente.
Non si tratta di una rendicontazione narrativa. Gli standard ESRS richiedono:
Dati granulari sulle categorie Scope 3 più materiali
Metodologie trasparenti e riproducibili
Obiettivi di riduzione verificabili e allineati alla scienza (preferibilmente SBTi)
Governance chiara sui processi di raccolta e validazione dei dati
Per un'azienda ICT che oggi ha dati Scope 3 frammentati o basati su stime sommarie, questo significa una cosa: serve costruire un sistema di misurazione molto più solido, e serve farlo rapidamente.
Cosa fare ora: costruire una baseline credibile prima della deadline
Il punto di partenza non è tecnologico. È strategico e organizzativo.
Prima di tutto, serve identificare le categorie Scope 3 più materiali per la propria azienda. Nel settore ICT, queste sono tipicamente:
Beni e servizi acquistati (semiconduttori, componenti hardware, materiali)
Beni capitali (infrastrutture IT, server, networking equipment)
Logistica e trasporti upstream e downstream
Uso dei prodotti venduti (consumi energetici dei dispositivi distribuiti)
Fine vita dei prodotti (e-waste e riciclo)
Una volta identificate le categorie prioritarie, il secondo passo è strutturare un processo di engagement con i fornitori. Questo significa:
Richiedere dati primari, non stime
Inserire clausole ambientali nei contratti di fornitura
Supportare i fornitori più piccoli nello sviluppo di capacità di misurazione
Integrare le performance climatiche nei criteri di selezione dei nuovi partner
Il terzo passo, spesso il più trascurato, è costruire una governance interna robusta: chi è responsabile della raccolta dati? Come vengono validati? Con quale frequenza vengono aggiornati? Quali sono i processi di escalation in caso di gap?
Senza questa architettura organizzativa, anche il miglior sistema di misurazione resta fragile.
Il vantaggio di chi si muove per primo
C'è un paradosso: mentre molte aziende vedono la CSRD come un costo di compliance, quelle che si muovono per prime stanno guadagnando un vantaggio competitivo concreto.
Le aziende che costruiscono sistemi di misurazione Scope 3 robusti:
Riducono i rischi di supply chain legati a volatilità energetica e normative ambientali
Migliorano le relazioni con gli investitori, che premiano la trasparenza e la qualità dei dati ESG
Si posizionano meglio nelle gare d'appalto, dove i requisiti di sostenibilità stanno diventando sempre più stringenti
Identificano opportunità di riduzione dei costi operative nascoste nelle inefficienze della catena del valore
Non è solo compliance, è costruzione di resilienza.